Perché rimpiangere il Palafiera di via Roma

Il Palaonda negli anni Novanta abbagliò anche me: strappare hockey e Campionaria alla Bolzano italiana fu un danno, come il restyling di piazza Matteotti e i centri commerciali in periferia

Il vecchio Palafiera (foto Quelli del Palaghiaccio di via Roma/Antonio Falciani)

Sto seguendo l’appassionante finale di stagione dell’Hockey Club Bolzano. Il capoluogo altoatesino si conferma Hockeytown, come nel titolo del bel documentario firmato dallo scrittore Daniele Rielli: nel trailer, Mike Halmo racconta che, quando il suo agente gli propose di venire a giocare in Italia, ebbe più di qualche dubbio. Perplessità che vennero spazzate via dal calore del tifo biancorosso. Più o meno quello che successe al giocatore che, forse più di ogni altro, aveva infiammato la passione di noi, ragazzi degli anni Ottanta. Mi riferisco a Ron Chipperfield, passato direttamente agli Edmonton Oilers di un giovanissimo Wayne Gretzky al Palafiera di via Roma: ospite di uno sponsor alla Campionaria qualche giorno dopo il suo approdo a Bolzano, il campione canadese non credeva che di lì a qualche ora il padiglione fieristico si sarebbe trasformato nel teatro delle sue memorabili gesta. Furono la determinazione di compagni quali Gino Pasqualotto e Giorgio Tigliani – “era incredibile, volevano vincere tutte le partite, una cosa impensabile in Nordamerica” ci disse lo stesso Chipperfield – a far capire a Ron che era arrivato nel posto giusto.

Ron Chipperfield tra Martin e Jaroslav Pavlu

Se Bolzano è Hockeytown, il Palafiera era la sua mecca. Con tutto il rispetto per il Palaonda e la sua capienza, in via Roma l’atmosfera era tutta un’altra cosa. E non lo scrivo solo da un punto di vista hockeIstico: lo spostamento del palaghiaccio (e della stessa Fiera Campionaria) dal “ventre molle” della Bolzano italiana alla zona industriale è stato – ovviamente a mio modo di vedere – un errore anche dal punto di vista urbanistico, sociale ed economico, paragonabile, per i suoi effetti nefasti, all’apertura dei centri commerciali in periferia, con le conseguenze che questa ha avuto sulla fortuna dei negozi di vicinato.

Che squadra il Bolzano di Orlando e Napier (foto Quelli del Palaghiaccio di via Roma/Hauser)

Ma torniamo all’hockey degli anni Ottanta. Quella per l’Hc Bolzano, per l’adolescente Maurizio Di Giangiacomo, era una vera ossessione. Fatti i compiti, da piazza Matteotti mi fiondavo praticamente tutti i giorni in via Roma. Se c’era la partita del Bolzano bene, altrimenti sotto con quelle del Latemar (Serie B), della Juniores o della squadra Allievi biancorossa, ma ero capace di seguire per ore anche semplici allenamenti. Pessimo pattinatore come buona parte dei miei amici del cortile, sabato pomeriggio trasferivo il mio entusiasmo hockeistico sul cemento della pista zero di via Genova, giocando con le stecche mezze rotte che raccoglievamo lungo le balaustre e sotto le tribune del Palafiera, una pallina da tennis e un vecchio paio di guanti da sci. A proposito di stecche rotte: tra i già citati compagni del cortile c’erano anche i figli di un bravo falegname, Ioio e Nane; in particolare era quest’ultimo a lavorare di “incastri” ricavando da due bastoni rotti una stecca intera, buona almeno per giocarci appunto con la pallina da tennis in via Genova. E che partitoni contro quelli di via Aosta e di piazza Vittoria, alla pista zero ma anche alla Sacra Famiglia di via Napoli.

Le famose “contromarche (foto Quelli del Palaghiaccio di Via Roma/Jeddi Oetzi)

Come avrete capito, soldi per pattini e attrezzatura da hockey ce n’erano pochi. Ovviamente, alla maggior parte di noi mancavano anche quelli per i biglietti delle partite. Anche per solidarietà, succedeva allora che ci riunissimo poco dopo l’inizio del match davanti al portone della galleria, all’angolo tra via Roma e via Novacella. E da lì non ci schiodavamo fino a quando le maschere (memorabili i soprannomi che avevamo affibbiato loro) non si stancavano delle nostre implorazioni e ci lasciavano entrare. Al più tardi, si attendeva la fine del primo tempo, quando qualche spettatore che andava di fretta ci lasciava la “contromarca” (il talloncino che le stesse maschere avevano consegnato loro per rientrare) oppure utilizzando quelle che qualche “drago” aveva raccolto nel corso delle partite precedenti e poi ritoccato. Si trattava di modificare il numero della partita con la china o un buon pennarello. In ogni caso, all’inizio del secondo tempo mezza piazza Matteotti era in galleria!

La passione per l’hockey presto diventò tifo per il Bolzano, con l’adesione di molti di noi, più o meno ufficiale, ai vecchi Fedayn, uno modo come un altro per scaricare gli ardori adolescenziali. Venire a contatto con i tifosi avversari era la sfida nella sfida, la prova di un coraggio che personalmente non ho mai avuto. Anche perché, quelle poche che mi attardai in via Novacella nel dopopartita, rischiai di essere preso a manganellate da… mio padre, brigadiere della Polizia di Stato spesso in servizio di ordine pubblico alle partite. Dopo la maturità alle Iti di via Galilei, con l’obbligo di leva da assolvere mi trovai presto… dall’altra parte della barricata. Agente ausiliario della Polizia di Stato in servizio a Bolzano, fui comandato in un paio di occasioni di servizio al Palafiera. Ricordo in particolare una partita Bolzano-Fiemme, con l’arbitro Savaris – severamente contestato dal pubblico trentino, ma inviso da sempre anche ai bolzanini in quanto cortinese doc – che ci chiese espressamente di usare la forza per proteggerlo.

Un mio articolo (foto Quelli del Palaghiaccio di via Roma/Patrizia Daidone)

Qualche anno dopo, per me l’hockey diventò un mestiere: nel 1990 tornai al Palafiera da collaboratore del giornale Alto Adige. Approdatovi per il football americano (sport al quale avevo giocato per diversi anni), presto misi a frutto quei lunghi pomeriggi trascorsi sulle fredde tribune di via Roma: il caposervizio dello sport mi sottoponeva le foto dei giocatori più disparati e io recitavo immancabilmente nome, cognome, squadra, ruolo e addirittura la marca del bastone. Il Bolzano, che aveva vinto lo scudetto in primavera, lo rincorse per un lustro, contendendolo alle ricche squadre lombarde, mettendo in fila nel frattempo diversi successi internazionali tra Alpenliga e Torneo delle Sei Nazioni. Il destino del Palafiera era segnato da anni: il palazzo del ghiaccio, assieme a tutto il resto del quartiere fieristico, nel 1993 fu trasferito in zona industriale, dove sorsero l’allora avveniristico Palaonda e gli spazi espositivi di Fiera Bolzano. Con i Mondiali alle porte, la novità, lo ammetto, abbagliò anche me. Non mi resi conto che, con l’abbattimento del Palafiera e degli altri padiglioni della Campionaria, sarebbe stato cancellato un pezzo della storia della città cara per primi ai veri appassionati di hockey. Non solo: con il trasferimento del palaghiaccio e della fiera tra via Galvani e via Buozzi (dove non abita nessuno), sarebbe stata privata del suo cuore pulsante quella Bolzano italiana che avrebbe pagato a caro prezzo anche il primo restyling di piazza Matteotti (come ho già spiegato in un altro articolo) e, di lì a poco, l’apertura dei già citati centri commerciali, con la conseguente crisi delle botteghe di quartiere. Sì, perché, con tutti i loro limiti, i padiglioni della vecchia Fiera, fuori stagione, costituivano comunque uno dei pochi spazi di aggregazione (qualcuno forse ricorderà le feste organizzate, non solo all’ultimo dell’anno, dalla Fiamma, e lo scrivo ovviamente senza nutrire nessuna simpatia politica per gli organizzatori) di un quartiere che poi ne avrebbe avuti davvero pochi. Dopo la prima stesura di questo articolo e la sua condivisione su Facebook, il collega Marco Pontoni mi ha ricordato peraltro come nello stesso complesso fieristico di via Roma si siano tenuti concerti memorabili come quelli di Edoardo Bennato, Francesco Guccini, gli Uriah Heep e i primissimi Litfiba, tanto per fare qualche esempio. Faccio ammenda per la memoria corta e aggiungo: grazie Marco!

D’accordo: gli spazi di via Roma erano troppo angusti per l’hockey e la Fiera. Certo, trovare parcheggio era diventata una mission impossible. Ma il problema non poteva essere risolto senza sostituire gli spazi della socialità con il solito ipermercato? Fatto sta che il quartiere proprio allora imboccò la strada del declino.

Il male oscuro di un autore da riscoprire

Rileggere oggi il capolavoro di Giuseppe Berto, proprio mentre su Rai Radio 3 va in onda “La gloria”

Altra scoperta assolutamente fuori tempo massimo: quella di Giuseppe Berto. Ho letto nei giorni scorsi (le coincidenze: gli stessi giorni nei quali Marco Foschi leggeva La gloria su Rai Radio 3) il pluripremiato Il male oscuro, nella splendida edizione Rizzoli con la quale è stato pubblicato per la prima volta nel 1964. E devo dire che ne sono conquistato più di quanto già non sospettassi dopo quello che avevo letto sul conto dello scrittore veneto, per la sua anarchia (un fascista per la sinistra, un traditore per i fascisti) ma soprattutto per i temi affrontati e lo stile, che poi dovrebbero essere l’oggetto di qualsiasi considerazione sulla qualità letteraria di un testo. Per la prosa alluvionale – periodi lunghi pagine intere, con un uso assolutamente fuori da ogni regola della punteggiatura – adottata per le riflessioni in prima persona de Il male oscuro (e non solo per queste) Berto è stato accostato a Joyce e Beckett. Personalmente, per l’oggetto della narrazione – il rapporto del protagonista/autore con il padre, la madre, le sorelle e la giovane moglie, la ricerca dell’origine psicologica del “male oscuro” nella povera e infelice infanzia, negli insuccessi dei primi goffi approcci con l’altro sesso – ma anche per la comparsa del lettino dello psicanalista, a me Berto ha ricordato il primo Philip Roth, quello di Lamento di Portnoy, che però è del 1969.

“In realtà la vita come la vedo io è solo una porzione trascurabile di vita la parte più importante svolgendosi nell’inconscio dove si è accumulata nei primissimi anni di vita e forse anche prima della venuta al mondo, e dall’inconscio noi dobbiamo dunque ripescarla e portarla alla conoscenza affinché non ci possa più nuocere né spaventare, e mentre io come essere pensante e ragionevole mi lascio trascinare da alcune migliaia di millenni di cattive abitudini e faccio di tutto per costruirmi un’immagine melata e falsa del padre mio il mio inconscio sa benissimo che questo padre era un cane maledetto che tutti i giorni mi rubava la madre mentre io ero nel pieno della mia situazione edipica ossia per la madre morivo d’amore, onnipotente cane contro il quale io piccolo non avevo difesa all’infuori dell’odio, un odio smisurato come quello dei bambini che non hanno limiti nel voler bene e nel voler male sicché questo mio padre io l’ho ammazzato infinite volte con la mia volontà e il mio desiderio e in altre parole io nel mio inconscio sono infinite volte parricida”.

Giuseppe Berto, Il male oscuro

Berto ci parla di lui, ma ovviamente ci parla di noi: magari senza somatizzarlo in quella maniera, in quanti hanno sofferto di sensi di colpa in occasione della morte di un genitore, in quanti si sono trascinati fino all’età adulta i traumi dell’infanzia e della pubertà, per non parlare delle crisi coniugali, della sfiducia nei medici, dell’insoddisfazione professionale, dell’invidia nei confronti dei colleghi, ovviamente tutti meno dotati di noi ma raccomandati? Parlare di un’attualità di Berto forse sarebbe eccessivo – i temi sono senza tempo, ma le sue pagine risentono comunque dell’ambientazione in un mondo che non esiste più – ma non serve essere di destra per scrivere che l’autore di Mogliano Veneto è finito troppo presto nel dimenticatoio della letteratura italiana.

In memoria di Umberto Gandini

Più che un ricordo, la constatazione che professionisti del suo livello nei giornali ce ne sono sempre meno

Sono tanti, giustamente, i colleghi che hanno voluto dedicare un ricordo al grande Umberto Gandini, scomparso nei giorni scorsi. Troppo giovane (professionalmente, soprattutto) quando lo incrociai all’inizio degli anni Novanta nella redazione dell’Alto Adige, non riuscirei a scriverne uno davvero degno del compianto Umberto, per quanto – anche da semplice collaboratore – avessi compreso la statura professionale (del giornalista, dello scrittore, del traduttore) e lo spessore della persona (ed abbia partecipato alla cerimonia più che laica del salame del Venerdì Santo). Invece di scrivere un ricordo di Gandini che risulterebbe comunque sbiadito – non per la mia cattiva volontà, quanto per il fatto di non essere mai entrato in confidenza con lui – preferisco allora cogliere l’occasione della scomparsa di quello che forse è il collega più illustre che ho avuto la fortuna d’incrociare nella mia carriera per misurare la distanza tra i giornali di allora, della fine del secolo scorso intendo, e quelli di oggi. Verrebbe da scrivere, semplicemente, che negli anni Novanta i giornali esistevano ancora. Ma non sarebbe giusto, soprattutto nei confronti di chi i giornali si sforza di scriverli e di pubblicarli ancora oggi, dopo tre decenni di una crisi che ha messo in ginocchio buona parte dell’editoria mondiale, mica solo quella italiana (per quanto quella del nostro Paese abbia sofferto molto più di altre). Quindi, meglio scrivere che allora, negli anni Novanta, nei giornali – di più, anche in un giornale di provincia – era possibile incrociare un personaggio come Gandini. E non solo: la cosa più importante è che giornalisti dell’esperienza e del carisma di Umberto avevi il tempo per starli ad ascoltare e potevi fare tesoro dei loro consigli. O meglio, dei loro “cicchetti”: bei tempi, quelli con i collaboratori costretti a comporre i loro articoli sulle scale, con la macchina per scrivere sulle ginocchia; benedetti quei capiservizio che prendevano le nostre due, tre cartelle e ce le strappavano sotto il naso! Che bei tempi, quelli del giornale che chiudeva ben oltre la mezzanotte, della pizza all’una e oltre, starei ore ad ascoltare i pensionati raccontare delle loro sbaraccate di allora. Fare il giornale era professione, missione, passione e anche divertimento. E il prodotto – grazie a firme illustri come quella di Gandini, ma soprattutto in virtù di una cognizione di causa differente sulle notizie e la loro gerarchia – era molto, molto più autorevole di quello di oggi, pur senza i social, senza internet, per decenni addirittura senza il computer. Sembra incredibile, ma è così. Sulla morte di Umberto Gandini ma, soprattutto, sulla scomparsa di giornalisti della sua levatura dalle redazioni dei giornali dovrebbero riflettere in tanti.

Foto: http://www.altoadige.it

La scomparsa di Stephanie Mailer, una lettura quasi fuori tempo massimo

Un altro pageturner di Joël Dicker, che però la tira troppo lunga. E anche l’editing non è impeccabile (a dispetto del grandissimo successo in libreria)

Ho letto solo nei giorni scorsi La scomparsa di Stephanie Mailer di Joël Dicker. Non così colpevolmente. Nel senso che al romanziere svizzero riconosco un’abilità non comune nella costruzione delle sue trame (la virtù che gli è valsa milioni di lettori) ma questa volta forse ha esagerato: il coro (le voci narranti sono tante quanti sono i protagonisti) non è così intonato e il ginevrino la tira un po’ troppo lunga. Visti i risultati in libreria, se ne sono accorti in pochi. Del resto, quando questo genere di scrittori hanno creato il loro “lettorato” e il marketing si mette al lavoro su un nuovo titolo, scatenando la macchina mediatica che al giorno d’oggi ormai decreta quasi senza appello la fortuna di un libro, c’è ben poco da fare. E benissimo fa la brava Elisabetta Sgarbi con la sua La Nave di Teseo a pubblicarlo. A dispetto del nickname (Betty Wrong), sbaglia pochi titoli la Sgarbi: personalmente, oltre all’irrinunciabile Eco, ho apprezzato la ripubblicazione delle opere di Scerbanenco ma quelle di Joyce Carol Oates e, tra le cose meno commerciali, l’ottimo Laurent Binet. Ma, tornando a La scomparsa di Stephanie Mailer, non posso non far notare un editing quantomeno rivedibile: una sintassi a volte faticosa (a pagina 393 invece di “per poter sostenerla” avrei scritto “per poterla sostenere”, e la cosa si ripete), qualche refuso e, nel finale, anche il nome di battesimo dell’omicida scritto in due maniere diverse a poche righe di distanza (Simon/Samuel). Con l’attenuante che 704 pagine sono tante.

L’attualità di Simone de Beauvoir

L’uomo schiacciato dalla tecnica e condannato dalla moltiplicazione dei propri bisogni tratteggiato quasi sessant’anni fa ne “Le belle immagini” è esattamente quello di oggi, che non coglierà nemmeno l’occasione della pandemia per riscoprire il significato più autentico della sua esistenza

“In tutti i paesi, socialisti o capitalisti che siano, l’uomo è schiacciato dalla tecnica, alienato dal lavoro che compie, incatenato, abbrutito. Tutto il male viene dal fatto che ha moltiplicato i propri bisogni mentre avrebbe dovuto contenerli; invece di aspirare a un’abbondanza che non esiste e forse non esisterà mai, si sarebbe dovuto contentare di un minimo vitale, come certe comunità molto povere – in Sardegna, in Grecia, per esempio – tra cui i tecnici non sono penetrati e che il denaro non ha corrotte. Là il popolo conosce una felicità austera perché sono rimasti preservati certi valori veramente umani, di dignità, di fraternità, di generosità, capaci di dare alla vita un sapore unico. Finché continueremo a creare nuovi bisogni, si moltiplicheranno le frustrazioni”.

Ho scoperto tardi, tardissimo Simone de Beauvoir. Colpevolmente. E sono rimasto folgorato dall’attualità di questo brano del romanzo Le belle immagini (1964, Gallimard). Al netto dei riferimenti ad una realtà che è comunque quella di quasi sessant’anni fa (i paesi socialisti, la Sardegna arcaica) e di una seconda parte pauperistica, vi vedo rispecchiato il breve perimetro della nostra esistenza, tracciato con rigore sempre maggiore dagli algoritmi, che ci “regalano” quello per il quale fino a qualche decennio fa avremmo speso fior di quattrini (informazione, musica, arte) ma, al contempo, ci spacciano bugie per verità e c’impongono bisogni che non avremmo. E la situazione non è migliorata con la pandemia, anzi. Ricordate cosa si diceva e scriveva l’anno scorso, più o meno di questi tempi? Che avremmo colto l’occasione del lockdown per riscoprire il significato più autentico della nostra esistenza. Niente di più falso. Anzi, in più di un’occasione abbiamo subordinato l’esigenza suprema – quella della salute, perseguita appunto nel 2020 con la chiusura totale – alle nostre esigenze economiche, salvo poi mettere in scena frettolose retromarce. Come ha facilmente preconizzato un altro intellettuale francese, Michel Houellebecq, non è cambiato niente: il mondo post Covid-19 sarà quello descritto dalla de Beauvoir 60 anni fa, solo un po’ peggio.

Piazza Matteotti, irriconoscibili anche i cortili della mia infanzia

La pagina dell'Alto Adige con il mio primo pezzo su Piazza Matteotti

Bello il reportage di Boschi su altoadigeinnovazione.it: dietro le quinte della riqualificazione, il destino degli altri spazi della vita sociale del quartiere

Sto seguendo con grande interesse, su altoadigeinnovazione.it, i reportage di Massimiliano Boschi da piazza Matteotti e dintorni. Serie di approfondimenti sui quartieri popolari di Bolzano che ha preso appunto le mosse dalla “storia infinita” della riqualificazione (?) del luogo nel quale ho avuto la fortuna (ma anche la sciagura) di crescere, al quale ho dedicato un altro pezzo, pubblicato l’anno scorso sull’Alto Adige e ora anche su questo blog. Il primo reportage di Boschi (Piazza Matteotti, quando la riqualificazione crea il vuoto) illustrava – anche grazie alle belle foto di Paola Francesconi, che in piazza Matteotti ancora abita) – il fallimento dell’interminabile operazione di restyling voluta dall’amministrazione comunale. Ironizzare sulla durata dei lavori – manco fosse la Sagrada Familia – sarebbe facile, in questa sede preferisco sottolineare come mi trovassi perfettamente d’accordo con Massimiliano e Paola (che nell’articolo di Boschi viene appunto intervistata), per quanto i loro rilievi muovessero più sul piano urbanistico-architettonico che non su quello storico-sociale, sul quale viceversa mi ero concentrato nel mio Quando piazza Matteotti era un “paese dentro la città”.

Nel suo secondo reportage (Riflettori e gabbie come in carcere: l’urbanistica che fa paura), Massimiliano ha compiuto un meritevolissimo passo oltre il palcoscenico della piazza, bersaglio delle critiche e principale teatro delle polemiche di questi anni. Meritevolissimo, perché la vita degli abitanti di piazza Matteotti e – più in generale – di quelli dei quartieri popolari di Bolzano, si consuma dietro quelle “quinte”, a maggior ragione oggi, ché il teatro cade a pezzi. Boschi ha passeggiato nei cortili della mia infanzia, incrociando più cartelli di divieto (vietato giocare a calcio, andare in bicicletta, portare a spasso il cane) che bambini con un pallone. Immagine (fotografica ma anche letteraria) che usa come paradigma di un quartiere “morto”. E che questa volta non trova d’accordo Francesconi che, anzi, su Facebook sottolinea come piazza Matteotti, a dispetto del fallimento del progetto di riqualificazione, sia una delle zone più vive della città, perché in quei cortili i bambini continuano comunque a giocare, gli anziani hanno un luogo dove ritrovarsi, al Bar Romagnolo in estate alla sera fanno musica, piccole grandi cose alle quali rimanere attaccati, sperando in un futuro migliore.

Io però, che in quei cortili ci sono cresciuto, non posso non concordare con Massimiliano. Pensate: dove oggi ci sono quei giardinetti mezzo cementificati, c’era l’erba (o la terra) sulla quale giocavamo interminabili partite a pallone, gli alberi che usavamo come pali delle nostre porte (romane o no) o che ci trovavamo a dribblare prima di segnare uno dei mille gol di giornata. Giocavamo “in fondo” – cioè in fondo al mitico civico 1 dove, oltre al campo alberato che ho già descritto, avevamo piegato alle nostre esigenze calcistiche anche il parcheggio asfaltato e le portiere di innumerevoli utilitarie – “dietro le case”, dove c’era la sabbia per la pista delle biglie, e anche in via Torino, dove avevamo individuato un altro possibile campo da calcio, con l’erba più alta. E ancora all’asilo – dove oggi ha sede l’Ipes – trasformando quella balconata di pietra in un campo da calcio, hockey, tennis e chi più ne ha più ne metta. Non ricordo se anche allora ci fossero i cartelli di divieto. C’era il “najo”, il portinaio, un impiegato delle case popolari che ci costringeva alla fuga minacciando di sequestrarci o bucarci il pallone. Ma, sinceramente, non ricordo di aver mai rinunciato a giocare. Per non parlare dell’hockey (su cemento, non su ghiaccio), grazie al quale siamo “sbarcati” alla pista zero ed alla Sacra Famiglia, ma su questo ho in programma di scrivere un altro pezzo.

Pur risiedendo in Trentino, a Bolzano torno tutte le settimane. Li ho visti gli spazi che rimangono ai ragazzi di piazza Matteotti per giocare. In un certo senso, è successo a loro quello che è successo alla piazza: come scriverebbe Boschi, la riqualificazione ha creato il vuoto.

Il primo Mankell criticava già i socialdemocratici svedesi

“L’uomo della dinamite”, struggente esordio “operaio” dell’inventore del commissario Wallander

Più che l’immagine dell’orbita vuota e del moncone dell’unica mano del povero Oskar Johansson – brillatore miracolosamente sopravvissuto ad un’esplosione accidentale – a rimanere impressa, de L’uomo della dinamite è la descrizione che Henning Mankell fa delle condizioni di vita della classe operaia svedese (quella svedese, non quella delle zolfare siciliane) all’inizio del ventesimo secolo: case di legno che in inverno garantiscono una temperatura che non superava i 12° centigradi, il padre che di mestiere svuota latrine, giusto per fare due esempi. Il primo romanzo del “papà” del commissario Wallander è poco wallanderiano. Lo stile è più letterario di quello dei famosi gialli: i racconti un po’ smozzicati di Oskar e la narrazione dell’io narrante sono sospese in un’atmosfera onirica, come se il risveglio dal coma del sopravvissuto si fosse protratto per decenni. “Ci sono due filoni che si muovono in parallelo – scrive Mankell – Ci sono gli episodi e i ricordi, ripercorsi durante qualche state passata insieme a un brillatore in pensione. – E poi c’è l’evoluzione storica che ha cambiato la società in cui Oskar ha vissuto. Oskar parla della sua appartenenza a uno dei due filoni, lasciando da parte l’altro”.
Le menomazioni del sopravvissuto diventano così la metafora delle condizioni della classe operaia, che Oskar non vede migliorare: una prima bocciatura della linea del partito socialdemocratico svedese che Mankell farà propria mezzo secolo dopo: “La cosa più vergognosa che hanno fatto i socialdemocratici è aver trasformato il socialismo in una specie di organizzazione di funzionari inutili, che si riempiono le tasche sulle spalle dei lavoratori”.

In quell’atmosfera onirica, ovviamente Johansson sogna la sua morte, tema del resto centrale in tutta l’opera di Mankell: Oskar prima la teme, poi sembra quasi attenderla, deluso, senza nemmeno desiderare che ci sia qualcosa dopo.

HENNING MANKELL
L’UOMO DELLA DINAMITE
MARSILIO, 173 PAGINE, 16 EURO

In memoria di Alberto Frioli

La lezione (inascoltata) dell’anarchico della redazione sportiva

In principio (almeno per me) la redazione sportiva di Trento furono Bill Cestari, Paolo Silvestri e Alberto Frioli: la memoria storica, enciclopedica soprattutto per gli sport olimpici, ma non solo; l’uomo-macchina da centinaia di “cartelle”; e la prima firma del Calcio Trento, allora primo e incontrastato evento sportivo di ogni, maledetta domenica.

Orgogliosamente comunista in quanto ad appartenenza partitica, Alf in redazione era un anarchico. Abbiamo lavorato assieme, più o meno a stretto contatto, per una ventina d’anni. Oggi, con le lacrime agli occhi, ho letto i ricordi di tanti colleghi per quello che era ritenuto unanimemente un maestro. Ma qual è la lezione che ci lascia, il Professore? Io ne ho in mente una e, piangendo lacrime ancora più amare, vi anticipo che ben pochi di noi (nessuno?) sono stati in grado di impararla, farla propria, metterla in pratica. La lezione dell’originalità, dell’articolo sempre e comunque analisi critica, mai dalla parte del “padrone”, anche a costo di risultare antipatico, anche sbagliando, anche rischiando, se occorreva a ribadire l’indipendenza del giornale.

Due episodi. Definiva “squadrina” (ed in effetti non era una grande squadra…) il Trentino Calcio; Trentino come il nome appena assunto dall’edizione di Trento dell’Alto Adige, che appunto sponsorizzava l’omonima squadra con fior di decine di migliaia euro: immaginate quanto era contento il direttore… Ancora: l’atteggiamento (chiamarlo di sospetto è poco) che assunse nei miei confronti quando la direzione successiva pensò bene (o male?) di mandarmi a Trento, a reggere la “sua” redazione sportiva. Lui temeva (sbagliando) per la sua autonomia, i colleghi scommettevano sui giorni mancanti allo “scontro finale”. Dissidi ce ne furono, e anche tanti, ma io e Alf lavorammo assieme sei anni, fino a quando – nel 2009 – non venni spostato prima alle pagine della provincia di Trento e poi a quelle della provincia di Bolzano, per far fronte ai pensionamenti di quel periodo. Il Professore smise di collaborare con il Trentino solo dopo il mio trasferimento. Mi dispiacque molto: tornato alla guida della redazione sportiva nel 2012, provai più e più volte a convincerlo a tornare al “suo” giornale, purtroppo senza riuscirvi.

Quanto è mancata, la sua scrittura puntuta e irriverente. Quanto poco abbiamo ascoltato la sua “lezione”: dal suo addio al Trentino, tutti i giornali hanno seguito la deriva del web, perdendo la loro originalità in favore della velocità (e della banalità) delle notizie. Non era più il suo giornalismo. Di più, non era più il suo mondo, mi viene da scrivere.

Addio vecchio Alf, speriamo che qualcuno ricordi la tua “lezione”, prima che sia troppo tardi.

Mathieu, prima del Goncourt un altro grande romanzo

“Come una guerra”: la periferia francese e la crisi economica, raccontate con toni più noir e thriller

Nel 2018 il Premio Goncourt con E i figli dopo di loro, favoloso romanzo di formazione, straordinario affresco della periferia francese, dei disastri della crisi economica post-industriale e delle sue conseguenze anche sulle nuove generazioni: l’ascensore sociale che non funziona più, le droghe, la violenza e la microcriminalità come unica risposta alla disoccupazione. Ma nel 2014 Nicolas Mathieu aveva già bussato al grande successo con Come una guerra (oggi pubblicato in Italia da Marsilio, sempre con la traduzione dal francese di Margherita Botto, 396 pagine, 18,50 euro), che forse non valeva il Goncourt, ma conferma tutto il talento del 42enne di Epinal. Ambientata proprio nei Vosgi, l’opera prima del romanziere francese è più spiccatamente noir, non è priva di letterarietà ma indulge un po’ troppo al thriller e finisce quasi per cadere nello splatter. Lo sfondo sociologico è però lo stesso del capolavoro tradotto in trenta lingue nel 2018. Protagonisti Martel, sindacalista, e Bruce, operaio della Velocia, azienda dell’automotive in crisi da anni, della quale è stata già decisa la chiusura. Brutto affare in un dipartimento nel quale tutte le altre fabbriche hanno già abbassato le saracinesche. Specie per Martel, che per pagare la salatissima retta della casa di riposo della madre ha attinto al fondo del consiglio di fabbrica: messo alle strette, ricorre alle brutte amicizie del collega (tossico e piccolo spacciatore) che, in cambio dei soldi, gli chiedono di rapire una giovanissima prostituta. Lui e Bruce non hanno fatto i conti con Rita, ispettrice del lavoro della quale Martel è anche invaghito, unico squarcio di luce in una storiaccia nera nella quale si agitano anche due adolescenti: la procace e disinibita Lydie e il suo impacciatissimo spasimante Jordan, figlio di un collega di Martel e Bruce: a loro basta sbronzarsi, fumare shit e fare all’amore per stare bene e chiudere tutto il mondo fuori. Oppure no?

Dan Peterson: «Mamma butta la pasta è nato così. Con Nanni Loy università della vita»

Il coach più amato d’Italia a Folgaria. Chiacchierata a 360° davanti a una folla di turisti: dal golpe di Pinochet agli spot del the, dai radiocronisti americani all’amore per la moglie Laura

Dal golpe di Pinochet al Coronavirus, da Nanni Loy a Donald Trump, dai radiocronisti dei Cubs e dei White Sox all’aria buona di Folgaria, passando ovviamente per Sandro Gamba e Dino Meneghin. Per quanto ne abbia rilasciate a centinaia, un’intervista a Dan Peterson non è mai un’intervista come le altre. Innanzitutto, perché The Coach ha un album dei ricorsi inesauribile al quale attingere; ma, soprattutto, perché come le racconta lui, quelle storie di basket, di sport, di televisione, di comunicazione, quelle storie di vita vissuta fino in fondo, non le racconta nessuno.
Della disponibilità dell’84enne dell’Illinois abbiamo approfittato a fondo martedì sera a Folgaria, moderando l’incontro con i turisti organizzato dall’Azienda di promozione turistica locale in piazza Marconi. Sull’Alpe Cimbra Peterson trascorre un paio di mesi assieme all’amatissima moglie Laura ogni estate dal 2013, perfettamente a suo agio nel luogo nel quale da trent’anni si svolge il Folgaria Baskeball Camp e nel quale da decenni vanno in ritiro le squadre più forti d’Italia, Nazionale compresa: proprio in questi giorni, a Folgaria, è al lavoro la Virtus Bologna. Ma adesso, parola a The Coach.

L’addio al Cile e l’approdo in Italia nel 1973
«Lasciai il Cile alla vigilia del colpo di Stato, qualcuno scrisse che ero un agente della Cia… Ero innamorato di quel Paese, ma lavorare ormai era quasi impossibile e quando mi è stato offerto di venire in Italia ho accettato. Il Cile era la squadra più bassa del mondo, più bassa delle Filippine, il pivot era 195 centimetri, quando sono arrivato a Bologna ne ho trovato uno di 2 metri e 11 e mi sono innamorato subito anche dell’Italia e di Bologna in particolare».

Gli spot e l’approdo in tv
«Il primo spot per la Lipton risale al 1985, è stata un’università della vita, per il loro perfezionismo: per girare uno spot servivano almeno due giorni. Il mio primo regista fu Nanni Loy, due giorni con lui furono come quattro anni di college. Ricordo che mi riaccompagnò a Milano in automobile e io ne approfittai per chiedergli qualche consiglio da attore. “Non recitare, pensa di avere davanti un bambino piccolo e una donna anziana, le due figure più simpatiche agli italiani, e parla con loro”. Come dicevo io, parlavo con il lattaio dell’Oregon».

Mamma butta la pasta
«Come ogni allenatore, ho preso un po’ da questo e un po’ da quello. Per le mie telecronache, ho attinto dai radiocronisti della mia infanzia. La mia squadra di baseball erano i Chicago Cubs, quella di mio padre e mio nonno i White Sox, che avevano un radiocronista con una voce fantastica, Bob Allison. Il mio “mamma butta la pasta” era il suo “mamma, metti il caffè sulla stufa”, per dire che il risultato della partita era segnato. Parlava con la gente, seduto sul divano assieme a loro. Ed è quello che ho cercato di fare io».

Italia e Stati Uniti assieme
«Sono 50% italiano e 50% americano, sto bene in Italia, sto bene negli States, sto bene a Folgaria… L’Italia è come tutti i Paesi del mondo, io non sono un politico, non invidio Giuseppe Conte: se apre la scuola viene criticato, se la chiude viene criticato… E lo stesso discorso vale per Donald Trump. Degli Stati Uniti mi è mancata la mia città natale, Evaston, quando ero giovane era il paradiso terrestre, con delle scuole eccellenti, anche per lo sport: lì ho imparato ad avere considerazione anche dell’ultimo dei miei giocatori, che per vincere devi fare amicizia con il custode della palestra, perché la squadra è di tutti e il talento non c’entra, c’entrano le persone».

Per me numero uno
«Il miglior giocatore che ho allenato? Sono tanti: Tom McMillen a Bologna, che viveva e si allenava ad Oxford, dove studiava, e veniva in Italia solo per le partite, ma questo non gli impedì di viaggiare a medie realizzative spaventose; Bob McAdoo, Dino Meneghin e Mike D’Antoni a Milano. Tra gli avversari Marzorati, Riva, Morse, ma sono tantissimi, anche nelle squadre europee. Sono stato fortunato, ho allenato e affrontato sempre grandi giocatori. Tra gli allenatori quelli contro i quali ho perso di più sono Gamba, Bianchini e Taurisano».

L’aria di Folgaria
«Folgaria ha qualcosa di speciale e non solo per il basket. È facile capire perché un allenatore la scelga per il ritiro della sua squadra: un impianto adattissimo, alberghi top, alimentazione perfetta, l’aria buona e poi tutti qui fanno gruppo. Io e mia moglie ci veniamo perché ci piace». «Per la disponibilità di chi ci ospita e per il clima, l’altitudine è sopportabile per chi ha avuto problemi cardiaci come me», ha aggiunto la signora Laura.

I camp e il basket giovanile
«I camp devono dare ai ragazzi qualcosa da portare a casa, tecnicamente parlando; i ragazzi devono imparare ad uscire dal recinto della loro società, a confrontarsi con altri avversari; in più, il camp deve aumentare l’amore dei ragazzi nei confronti del basket. Ricordo il mio primo allenatore Norman Kent con grande affetto: avevo dieci anni, il mio primo esercizio con i compagni fu disastro, lui mi mise una mano sulla spalla per proteggermi, credevo che non avrei giocato più e invece in quella stessa giornata segnai il canestro della vittoria. Questo deve fare un camp».

Lo scudetto al terzo anno
«Volevo essere un allenatore di football americano. Il mio idolo era coach Jackson: quando arrivò per guidare la squadra del nostro istituto, dichiarò che sarebbe rimasto tre anni, che al terzo avrebbe vinto il campionato statale e poi se ne sarebbe andato. “Che presunzione”, disse mio padre. Ebbene, dopo due annate senza infamia e senza lode, alla terza vinse il campionato statale e se ne andò. Nel 1973, quando arrivai a Bologna, non ero amatissimo. “Peterson chi?” titolavano i giornali. Alla prima intervista feci come Jackson: “Rimarrò tre stagioni e alla terza vincerò lo scudetto”, dissi. E così fu. Avrei potuto andare a fare il vice a Portland, in Nba, ma mi ero innamorato dell’Italia e rimasi, senza alcun rimpianto. Il giornalista che mi aveva fatto quell’intervista si arrabbiò perché non me n’ero andato».

Laura e l’ultima parola
«Mia moglie Laura mi ha salvato la vita, l’anno scorso ho avuto tre volte la polmonite. Quest’anno con il Coronavirus ho vissuto quattro mesi chiuso in casa. A marzo, quando la pandemia è esplosa anche in Italia, Laura era proprio a Folgaria. È corsa a Milano, mi ha raggiunto e non siamo più usciti di casa. Quando lo abbiamo fatto, lo abbiamo fatto con grande attenzione e Laura mi ha fatto riprendere l’attività fisica gradualmente. Ma in casa ho sempre l’ultima parola: “Hai ragione, Laura”».